Neocapitalismo e “performance” di Poteri (da “riflessioni di un idiota a stomaco pieno”).

– NEOCAPITALISMO E “PERFORMANCE” DI POTERI-

Il neocapitalismo obbliga la gente ad utilizzare come unica soluzione esistenziale l’impiego della stessa vita credendo che la “performance” sia l’unico modo per migliorare il proprio sé, l’esistenza dei propri cari e migliorare il mondo.

TOP PERFORMANCE

In realtà ci sono vari strumenti e modi che potrebbero aprire agli individui gli spiragli per una migliore lettura della condizione socio-esistenziale comune, ma questi non sono condivisi dal sistema dominante che usa mantenere realmente i propri polli “belli e ignoranti”. Michel Foucault, in merito, parla della gestione politica del sistema in cui viviamo introducendo il concetto di ‘biopolitica’ (neologismo composto da bìos “βίος”, vita e da polis “πολις”, città) che indica una forma di potere che ha come oggetto la stessa vita umana, accrescendola, moltiplicandola ed amministrandola, e che ha come particolarità quella di operare proprio tramite la costruzione di una soggettività individuale (il sé).
La costruzione della soggettività, in altre parole, è inscindibile dalla gestione di popolazioni nella loro interezza.

La biopolitica, quindi, trova la sua giustificazione nell’articolazione di ciò che costituisce l’interesse sociale generale e individuale – e non, per esempio, negli interessi di un Sovrano o un Capo.

Se il potere medievale era un potere che in prima istanza ‘lasciava vivere e faceva morire’, il biopotere ‘fa vivere e lascia morire’. In un certo senso, quindi, nell’ordine odierno si viene a stabilire, seppur riduttivamente, il male di vivere della società moderna rispetto alla premodernitá.

Soltanto guardando le cose con senso critico riusciremmo a comprendere il mondo in cui viviamo, ma il potere “pasoliniano” tiene molto a “lasciare miope o ipermetrope” il gruppo sociale a cui gli individui appartengono. Solo con un paio di occhiali ad hoc gli attori sociali riuscirebbero a discernere fatti e misfatti della realtà, ad interpretarla e a restarne malamente sgomenti. Ma l’uomo capitalistico ha paura di restare sgomento. Preferisce ignorare. Non pensare. Illudersi che ci sia sempre un “happy end” come nelle belle commedie di Hollywood. Ma chi non guarda solo commedie mainstream – e si concede anche opere “di genere” – conosce benissimo John Nada, protagonista del cult movie “They Live” (Essi Vivono, 1988, J. Carpenter) che soltanto attraverso le lenti in bianco e nero degli occhiali da sole trovati in un bidone della spazzatura guarda il mondo che lo circonda e capisce che non è quello che sembra (Los Angeles completamente tappezzata da messaggi di propaganda, con costanti comandi subliminali sull’obbedire e conformarsi, che senza occhiali appaiono come normali cartelloni pubblicitari e riviste, persone benestanti e polizia sono in realtà alieni dal grottesco aspetto simile a zombie).

L’istituzione a cui tutti apparteniamo, aspiriamo, con la quale lavoriamo, viviamo, collude dunque con il sistema, non cerca di modificarlo in meglio, ma si adatta a sua volta, a scapito dei singoli individui, ridotti a una “self-consciousness” pari o inferiore a quella degli animali domestici, tanto amati, e a una retorica quotidiana costantemente basata sulla vacatio comunicativa, al limite dello stantío, del kitsch di tipo barocco-nichilista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *