Fenomenologia del Social Network, di A. Pagano.

Nella grammatica dei Social Network (S.N.) è inscritto un codice ben preciso che – sebbene in via surrettizia – determina la struttura dei segni dell’interazione tra gli utenti, finendo per ciò stesso per in-formarlaper metterla-in-forma. L’architettura dei profili web, i format di condivisione dei messaggi, la gamma dei contenuti condivisibili etc.. – lungi dal costituire elementi di neutralità – acquistano essi stessi un ruolo determinante nella semiosi dell’operazione comunicativa, finendo per ciò stesso per diventarne parte integrante. Accade dunque che l’agente della comunicazione “social” risulti in ultima istanza agito, per una certa misura, dallo stesso medium attraverso cui opera. Si tratta insomma di recuperare la lezione di Marshall Mcluan –  il mezzo è il messaggio” –  e applicarla alla sfera della comunicazione mediata dai Social. Fin qui nulla di nuovo, si dirà; un qualche elemento di novità potrebbe tuttavia scaturire da una proposta di analisi del significato e delle implicazioni inscritte nel dominio delle scienze sociali dalla diffusione capillare e sempre più pervasiva dei S.N. come mezzi di comunicazione di massa. La posta in gioco consiste, difatti, nell’impatto che le nuove tecnologie hanno nell’elaborazione di un nuovo modello antropologico e nelle criticità e spunti problematici che da tale processo emergono.

In un saggio del 1974 dal titolo Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo, Pierpaolo Pasolini si proponeva di analizzare i mutamenti sociali intervenuti in Italia nel passaggio dalla realtà paleoindustriale del ventennio fascista all’affermazione della civiltà dei consumi. In particolare, con grande lucidità, l’accento veniva posto sull’estrema pervasività del processo di acculturazione, e sul potere omologante – senza pari – che il modello di sviluppo affermantesi esercitava sugli italiani dell’epoca. Senza soffermarci più di tanto sul saggio in questione, è opportuno notare, ai nostri fini, come ad un certo punto lo scrittore rilevi : «in un momento storico in cui il linguaggio verbale è tutto convenzionale e sterilizzato (tecnicizzato) il linguaggio del comportamento (fisico e mimico) assume una decisiva importanza» la dimensione della corporeità del linguaggio, dunque, sebbene richiamata come argomento a contrario nei confronti del “nuovo sviluppo”,  rimane per l’autore decisiva ai fini dell’indagine semiologica. Del resto, nessuno studioso coevo che avesse inteso trarre considerazioni di carattere sociologico tout-court avrebbe potuto prescindere dall’osservazione diretta delle “facce” dei consociati o delle dinamiche dell’ agorà pubblica.

A quarant’anni di distanza si può dire che le cose siano drasticamente cambiate. L’implementazione d’imperio della Network Society (Castells) come portato specifico del più ampio processo di rivoluzione informatica – anni novanta in poi – tocca probabilmente il suo apice con l’esplosione dei S.N. come mezzi di comunicazione affermati su scala mondiale. Con l’introduzione delle piattaforme social, infatti, accade un fatto nuovo : il circuito digitalizzato delle tecnologie informatiche non abbraccia più solamente le pratiche di gestione e/o alleggerimento dei flussi economici, finanziari, burocratici e amministrativi – o, più in generale, la dimensione della tecnica – ma, per la prima volta, irrompe massivamente nella sfera della socialità e delle relazioni tra individui. Lo spazio istituito della piazza virtuale, all’interno della quale gli individui interagiscono producendo e scambiando contenuti di vario genere (opinioni, immagini, musica, interessi ecc..), si pone di prepotenza come alternativa reale ai luoghi fisici dell’aggregazione e dell’incontro, implicando tra le altre cose il rovesciamento del paradigma che per decenni è stato alla base di un certo immaginario e/o di una certa letteratura fantascientifica: non una realtà virtuale, quella dei social – intesa come spazio multidimensionale sostitutivo del mondo fisico all’interno del quale agire – bensì una “virtualità reale”, il cui dominio è istituito e modellato sulla base di contributi a carattere largamente personalistico, direttamente legati al vissuto e al bagaglio esperienziale (reale) degli utenti.

Ciò premesso, resta da indagare quali siano gli effetti della rivoluzione “Social” sullo statuto antropologico, ovvero il rapporto tra le categorie di percezione dell’ umano come tradizionalmente inteso e i nuovi attributi ivi apportati dalla protesi virtuale (e al contempo reale, nel senso sopra descritto) istituita dall’universo dei Social Network.

Premessa: i social network sono strumenti democratici per eccellenza (o per lo meno lo sono in potenza, una volta cioè superato l’annoso problema relativo al digital divide). Parlare attraverso i social, a qualunque livello, significa conferire agli oggetti della comunicazione un’aura di legittimazione simbolica che realizza, almeno formalmente, l’ideale implicito della libertà partecipativa. L’architettura formale delle piattaforme social, infatti, è concepita in modo tale conferire di fatto – fatalmente – ai contenuti più disparati una sorta di dignità ontologica, quantomeno in termini di visibilità e fruibilità intercondivisa (“publico ergo sum“, potremmo dire parafrasando l’adagio cartesiano più famoso). Si badi bene: sostenere ciò non significa affermare che gli elementi più prosaici vengano, a conti fatti, espunti tout-court dall’agglomerato del materiale informazionale circolante in rete, bensì che il diaframma costituito quintessenzialmente dall’architettura concettuale dei media agisce, in ultima istanza, alla stregua di un filtro depurativo delle scorie e dei differimenti coessenzialmente legati agli oggetti della comunicazione.

Una volta al di dentro della pagina virtuale, cioè, i contenuti più disparati possono essere abbracciati, rimodulati e in un certo qual modo dominati  dall’uditorio di riferimento, anche quando si riferiscono alle cose più turpi o dicono le cose più indicibili. Inoltre, tale processo avviene all’interno di una cornice (fintamente) rassicurante e resa accattivante da sapienti operazioni di marketing e web design.  Per questi motivi si rivela, in ultima istanza, il carattere quantomeno problematico della tolleranza e democraticità apparentemente connaturali alla struttura più intima dei social; lo scarto ontologico intrinseco all’operazione di transizione dal reale al virtuale non può che sfociare, a ben vedere, in una mistificazione della complessità del reale, che rimane tale anche quando ce la rende più affabile, dominabile, consolatoria e attraente.  Inoltre, affondando lo sguardo, si potrebbe aggiungere che la matrice concettuale sottesa alla struttura dei S.N. produce, almeno tendenzialmente, un’ onto-estetica di tipo Kunderiano, nel senso della definizione che lo scrittore si trova a dare in una densa pagina del romanzo “L’insostenibile leggerezza dell’essere”  a proposito del Kitsh totalitario: «un mondo dove la merda è negata e tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsh». La tendenza di massima registrabile nel tenore dei contenuti multimediali prodotti e scambiati di continuo sul web, denota infatti una spiccata attitudine degli utenti a produrre un immaginario estetico totalitario – di tipo, per l’appunto, Kunderiano – fatto di volti sorridenti, paesaggi mirabolanti, pietanze succulente, citazioni a sfondo sentimental-patetico totalmente decontestualizzate etc. che ricorda nei casi più marchiani lo stile propagandistico dei regimi totalitari.

Il messaggio non scritto sotteso alla prassi della comunicativa social sembra recitare: «non importa se le condizioni sociali, politiche ed economiche che determinano le forme e i modi del vivere individuale e collettivo vanno verso il tramonto di un assetto di diritti, garanzie, stabilità che tradizionalmente hanno consentito la dimensione “etica” (Hegel) del vivere comune,  l’importante è che tu – utente social – viva questo tramonto nella maniera più indolore possibile, sorridendo e autocompiacendoti di quanti “like” ha ottenuto la tua foto o il tuo “post” , degradandoti in tal modo a pedina servile dell’ingranaggio senza che possa nemmeno accorgertene».

Ecco che allora, in ultima battuta, l’idea che il modello di “homo interneticus”  potesse costituire lo stadio successivo (e forse finale) nella scala evolutiva  appare inadeguata nella sua versione più radicale, ponendo in tal modo le basi quanto meno per una riflessione critica sul punto.

 

Adriano Pagano (o2-09-2015).

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Un pensiero riguardo “Fenomenologia del Social Network, di A. Pagano.

  • agosto 31, 2018 in 3:20 pm
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    Illuminante: incredibilmente precipuo.

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