Fabio Fognini come Esperienza Religiosa

Vorrei riportare un articolo (secondo me bellissimo) apparso sul blog Sportellate.it a firma di Matteo Orlandi.

Buona Lettura.

 

 


Che cosa vogliamo effettivamente da uno sportivo? Quali emozioni cerchiamo guardando uno sconosciuto faticare in tv? Trofei? Estetica? Arte? Oppure qualcos’altro? Fabio Fognini ci può insegnare qualcosa.


David Foster Wallace li aveva definiti “Momenti Federer”: attimi dove guardando lo svizzero, l’unica reazione possibile consiste nello spalancare la bocca, strabuzzare gli occhi e lasciarsi sfuggire versi ambigui “che spingono tua moglie ad accorrere da un’altra stanza per controllare se stai bene”. Il “Momento Federer” era per Wallace la sublimazione dell’estetica tennistica più pura coniugata alla finalità ultima del risultato sportivo, un orgasmo di piacere virtuale che esplodeva dentro la corda di una racchetta vista tramite uno schermo televisivo (robe del genere, per capirci).  Federer ferma il tempo, lo plasma e comanda lo spazio. “Un’esperienza religiosa” arrivò sacralmente a definirla il compianto scrittore americano nel suo omonimo saggio tennistico, divenuto oggi un vero cult per gli appassionati.

La straordinarietà di Roger Federer la conosciamo tutti molto bene: Roger è stato celebrato in ogni dove, ed è ormai considerabile un’icona generazionale che va ben oltre il concetto di sport e che saprà far parlare di sé almeno fino al giorno in cui il Sole non si spegnerà lasciandoci tutti al buio.

Ma è davvero Federer che apprezziamo? O piuttosto è quello che fa Federer che ci rapisce? Quanta discrepanza esiste tra l’uomo Federer e il prodigio del tennis di cui parlava Wallace? Insomma quel “Momento” appartiene davvero all’ uomo Roger, o è un parto soltanto di quella figura eterea che vediamo fluttuare in campo?

E’ difficile per uno sportivo dimostrare oltre ogni dubbio di essere sè stesso: è più facile trincerarsi dietro le solite frasi di circostanza, dietro dichiarazioni di plastica, abbagliato sempre dal neon dei riflettori. Ecco perché chi mette in campo qualcosa di vero, di profondamente umano, va riconosciuto, anche se magari non ci piace, anche se magari è diverso da noi.

Ecco perché il “Momento Fognini” non vale meno del “Momento Federer”.

Fognini Federer

 

Il “Momento Fognini” non è sicuramente un’ onda di piacere paragonabile a quella federiana, eppure, esattamente come succede allo svizzero, Fognini riesce a fermare il tempo e a rendere tutto ciò che avviene in campo un semplice flusso emozionale. Parlando in termini nozionistici, il “Momento Fognini” può essere definito come il momento nel bel mezzo del match dove Fabio decide che arrivato il tempo di perdere la partita e tornare a casa.

Nessuno sportivo ha un concetto completo di indipendenza tanto quanto il tennista. Il tennista è solo. Non è pagato da nessun presidente, non risponde personalmente a nessun tifoso, non veste nessuna casacca e non ha nessuna storia secolare da onorare e rispettare. Guadagna denaro in base alle partite che vince e il suo livello viene stabilito da un computer che assegna e toglie punti con cadenza settimanale. Non esiste nulla di più meritocratico e democratico. Il tennista risponde solo a sé stesso e sul campo è da intendersi come pienamente legittimato a fare ciò che vuole come vuole. Anche di perdere la partita se gli va. Il “Momento Fognini” rappresenta la sublimazione dell’indipendenza del tennista, dell’uomo sopra l’atleta. Quando inizia è facilmente riconoscibile, anche se poi in realtà è del tutto imprevedibile e può manifestarsi in qualsiasi momento del match. Può arrivare dopo una chiamata a lui sfavorevole in un momento delicato della partita, o magari dopo un paio di game lottati e persi per una palla uscita di mezzo mignolo. Altre volte è invece un semplice moto perpetuo che inizia dal primo 15 e non si ferma fino alla doccia nello spogliatoio.

Arrivi quando arrivi, il “Momento Fognini” spegne Fabio con la stessa irruenza con cui si spengono le luci in sala al cinema prima che inizi il film. La partita deve essere persa e deve essere persa nella maniera più veloce possibile. Eccolo allora Fabio con lo sguardo intriso di tenera rassegnazione che inizia a camminare da una parte all’altra della linea di fondo campo, con l’andatura tipica di chi si è appena alzato da un pranzo di famiglia, palleggiando indolentemente con la racchetta come fosse uno yo-yo, imprecando sottovoce contro tutte le persone che gli sono vicine e buttando fuori di chilometri tutte le palle che l’avversario gli rimanda inutilmente indietro.

Se non avete ben capito di cosa sto parlando, questo è uno dei “Momenti Fognini” più iconici, dilazionato per altro in breve tempo. Siamo a Cincinnati nell’estate del 2013 e Fabio viene da una stagione sulla terra estiva europea sensazionale, che lo ha proiettato per la prima volta in carriera in top 20. L’avversario è Radek Stepanek, ritiratosi quest’anno e oggi già nello staff tecnico di Djokovic. Fabio gioca da favorito contro un avversario di grande esperienza, ma perfettamente alla sua portata: l’habitat perfetto del “Momento Fognini”. Il ligure gioca male tutta la partita, è nervoso, non è concentrato: gioca un primo set disastroso, prima di trovare un po’ di tennis nel secondo set, dove però sciupa il break di vantaggio. Va a servire sotto 4-5, una situazione certo non rosea ma nemmeno così disperata. Eppure Fognini ha deciso. La situazione è già compromessa, bisogna tornare subito a casa. Inizia con quattro servizi consecutivi che non vanno nemmeno lontanamente a finire dove dovrebbero finire, regalando subito lo 0-30 all’avversario. Allora decide di fare touchdown con la pallina lanciandola forse anche fuori dallo stadio. L’arbitro gli affibbia allora un sacrosanto penalty point che lo indigna profondamente. Fabio era all’oscuro di aver già preso un warning per aver buttato in precedenza ripetutamente la racchetta a terra. Fognini però non vuole arrabbiarsi, si percepisce il suo tentativo estremo di mantenere la calma, ma è troppo orgoglioso per non difendersi oltre ogni logica ragione. Inizia a parlare con l’arbitro quasi sottovoce, come stesse difendendo suo figlio che ha appena tirato un ceffone ad un compagno di classe, sostenendo timidamente di non aver sentito il warning e l’arbitro dimostra grande comprensione e pazienza nei confronti di un giocatore che ha deciso di perdere la partita. Il  “Momento Fognini” è in pieno atto e procede come una valanga. 0-40 e 3 match point per l’ avversario. Fabio decide allora di chiudere in grande stile. Due falli di piede consecutivi e 6-2 6-4. Stepanek ha vinto la partita senza toccare palla nel game decisivo. Fognini stringe la mano a avversario e arbitro e se ne va negli spogliatoi.

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Fabio non vuole più lottare, non vuole più sudare, vuole solo andare a casa e mettersi il pigiama. E allora qui verrebbe però da chiedersi  con la mano sul cuore: chi nella vita non ha mai passato un “Momento Fognini”? Chi di noi non ha mai attraversato un momento dove non avrebbe voluto fare altro che passeggiare dolcemente rassegnato da un estremo all’altro di un campo da gioco, con assoluta indifferenza verso l’universo circostante e pensando solo alla prospettiva di tornare a casa e mettersi a letto? Fognini ci insegna che non deve esserci nessuna vergogna nella resaE cosa volete di più da uno sportivo che una tale trasfigurazione in campo della realtà? Fognini trasporta su un terreno da gioco, su uno schermo televisivo, uno degli aspetti più umani e sotterranei della nostra psiche, sempre schiava di quell’automatismo mentale che ci porta a pensare che tutto potrebbe andare meglio e che si potrebbe dare ancora di più. No. A volte c’è bisogno solo di dire “basta”. Lottate voi. Io vado a casa. E’ l’ uomo che parla, l’atleta non esiste più. Il “Momento Fognini” ingloba il tennista dentro l’ uomo, è una rappresentazione umana senza il filtro della competizione.

Fabio Fognini è senza troppi dubbi il miglior tennista che sia nato sul suolo italico da almeno quarant’ anni a questa parte:anche in una classifica all time, a parte Pietrangeli e Panatta è difficile individuare un altro nome che possa essere indicato come certamente migliore di lui. A 30 anni Fabio ha vinto 5 tornei ATP e ha raggiunto un sontuoso best ranking alla posizione numero 13, togliendosi per altro qua e là sfizi pregiati, come i tre scalpi di Nadal nel 2015, la vittoria nell’ Australian Open di doppio, le roboanti e patriottiche vittorie su Murray a Napoli e Roma, accompagnati da momenti di tennis semplicemente spaziale. Eppure, nonostante risultati così rari per il bulimico tennis italiano, tra appassionati e addetti ai lavori, non sono pochi ad avere problemi nel riconoscere meriti a Fabio. Anzi, spesso sono proprio i “Momenti Fognini” a penalizzarlo in tal senso. Viene accusato di buttare via partite contro avversari molto meno dotati di lui, di non essere mai troppo professionale, senza capire che è proprio quella l’essenza della sua natura e della sua specialità. Viene accusato di essere un maleducato, uno sbruffone, una sorta di pagliaccio da circo. E’ stato dipinto come un razzista e come un sessista, pagando (giustamente e ci mancherebbe) per ogni singolo errore commesso su un campo di tennis sempre in prima persona, sempre solo lui, la sua reputazione e il suo portafoglio.

D’altronde Fabio sta al mondo del tennis più o meno quanto il suo amico Er Faina sta alla prima della Scala. Troppo impulsivo, troppo caciarone, troppo sgrammaticato sui social per un ambiente così vagamente aristocratico. Troppo vizioso forse. “Avessi un’altra testa sarei da top 10” dice di sé con la modestia che lo contraddistingue. Meglio così Fabio, tranquillo. E’ più bello chiedersi cosa saresti senza i “Momenti Fognini” che accorgersi che poi in fondo saresti solo uno come tutti gli altri.

(Articolo già parzialmente pubblicato su Globe Trotter, rivista universitaria Luiss)

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