Crollo del Ponte Morandi, emblema della fragilità di un Paese

Gli anni ‘60, teatro di straordinarie trasformazioni che riguardarono lo stile di vita, il linguaggio e i costumi degli italiani fecero virare verso un deciso aumento il tenore di vita delle famiglie. Nel bel paese si cominciarono a costruire le prime strutture di viabilità: il 19 maggio 1956 il presidente Gronchi inaugurava l’Autostrada del Sole con una cerimonia, fortemente voluta a fini elettorali, tenutasi con largo anticipo rispetto alla reale apertura dei cantieri. Solo nove anni dopo, gli ottocento km di carreggiata saranno effettivamente completati: la struttura rappresenterà l’opera pubblica “per antonomasia”, simbolo di un’unità nazionale rafforzatasi dopo varie crisi politiche ed economiche. Luciano Bianciardi, scrittore toscano e noto ipercritico del periodo del boom economico descriverà quell’esperienza, vissuta personalmente, durante il periodo “rapallese”. «A Sant’anna di Rapallo c’è aria di novità: gli operai che sparano le mine o guidano le ruspe dalle parti di San Pietro[…]. I lavori per l’autostrada nuova, da Genova a Sestri, che sveltirà il traffico sulla Riviera di Levante. Già s’immagina il movimento che ci sarà, fra un paio d’anni», chioserà in un articolo per “Il Giorno” del 19 febbraio 1965. Unione, forza, grandezza. Appellativi che descrivono le caratteristiche della costruzione di questo tipo di opere che nella storia d’Italia sono spesso state associate, come si sa, a volontà personali o a velleità politiche di “onnipotenza”. Oggi, oltre 40 anni dopo, ci troviamo a commentare l’ennesimo evento nefasto nella storia italiana. Il crollo del ponte Morandi rappresenta forse una delle pagine più nere che si possono ricordare per ciò che riguarda la viabilità e le opere pubbliche italiane. «Sul nodo autostradale di Genova è noto il grave problema del ponte Morandi che attraversa la città e del quale non si conosce la sicurezza nel tempo. Risulta pertanto indispensabile procedere con sollecitudine a cantierare il progetto denominato “gronda di Genova” per il quale la società Autostrade ha già in cassa le risorse necessarie per iniziare i lavori derivanti dagli aumenti tariffari concordati in cambio della concessione ottenuta». Questo é il testo del documento presentato per una interrogazione parlamentare del 2015 dall’ ex senatore Maurizio Rossi  all’allora Ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, che, come sappiamo, non ha avuto nessun risultato. Nel 2016 Rossi ha ritentato: «ll viadotto Polcevera dell’autostrada A10, chiamato ponte Morandi, è un’imponente realizzazione lunga 1.182 metri, costituita su 3 piloni in cemento armato che raggiungono i 90 metri di altezza che collega l’autostrada Genova-Milano al tratto Genova-Ventimiglia, il ponte è stato oggetto di un preoccupante cedimento dei giunti che hanno reso necessaria un’opera straordinaria di manutenzione senza la quale è concreto il rischio di una sua chiusura». Niente da fare. Non solo i politici, però, lanciarono l’allarme. Anche alcuni esperti, come il professor Antonio Brencich non furono ascoltati.

La campata del Ponte Morandi è crollata verso mezzogiorno del 14 agosto 2018. Il bilancio è di numerosi feriti e oltre 40 vittime.

Se il problema si conosceva, perché si è perso così tanto tempo? Di chi sono le colpe? Nell’attesa che la lentezza della giustizia italiana trovi il solito capro espiatorio -come accade spesso in Italia- la vita umana di tanti individui, finiti sotto le macerie, è stata spezzata, assieme a quella delle loro famiglie. Il viadotto distrutto rappresenta dunque l’emblema della fragilità del Paese Italia che, tutt’oggi, a livello sociale, si basa su fondamenta troppo instabili per i più, ma che garantiscono sempre agli stessi, ai soliti pochi, un “miserabile controllo delgli sfaceli”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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